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martedì 21 maggio 2013 Ore: 13.48 |
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Resistenza e Costituzione. di Alberto Berti Questo è
un discorso che voglio fare soprattutto ai giovani amici di Recsando sapendo
che nelle nostre scuole certi problemi che dovrebbero contribuire alla loro
formazione di cittadini di una repubblica democratica raramente vengono
affrontati e se affrontati lo vengono con estrema superficialità dando loro
scarsissima importanza. Credo che
pochissimi conoscano la nostra Carta Costituzionale e che ancora meno siano
coloro che si rendono conto di vivere in un paese che ha una delle costituzioni
più avanzate fra quelle esistenti. In
Austria, in Svezia, negli Stati Uniti, già in quelle che sono le ultime classi
delle scuole elementari, i maestri cominciano a spiegare la Costituzione che
regola i rapporti fra i cittadini ed i poteri dello stato in cui vivono. Negli
Stati Uniti i ragazzi vengono educati a conoscere anche gli “emendamenti” della
loro Costituzione e richiamarsi ad essi. In
Italia, fra qualche settimana, il 22 dicembre festeggeremo (?) i cinquant’anni
dell’approvazione a grandissima maggioranza della Costituzione avvenuta nel
lontano 22 dicembre 1947 da parte dell’Assemblea Costituente eletta dal popolo
italiano il 2 giugno 1946 assieme al referendum che spazzava via la monarchia
savoiarda. L’approvazione
della Costituzione ha segnato una svolta fondamentale nella storia del nostro
paese, non soltanto per i principi che essa ha posto alla base dell’ordinamento
della società italiana, ma anche per le garanzie di cui li ha rivestiti e che
hanno il loro perno nella qualificazione della Costituzione stessa come Costituzione
rigida. Cosa vuol
dire Costituzione rigida? Vuol dire semplicemente che i “princìpi” in essa
enunciati non sono modificabili con procedure legislative ordinarie e,
dall’altro lato, che le leggi che sono incompatibili con quei principi non hanno
alcuna validità. Sono da ritenersi nulle. Anzi, la dottrina costituzionalista e
la giurisprudenza della Corte Costituzionale (anch’essa introdotta nel nostro
paese per la prima volta con la Costituzione) hanno messo in luce la regola
secondo la quale esiste un nucleo di “principi supremi” che non sono
suscettibili di modificazione neppure attraverso i procedimenti di revisione
che la Costituzione stessa prevede. Infatti in questi ultimi tempi si è parlato
molto di revisione della Costituzione, da parte della Commissione bicamerale
appositamente designata, ma se fate caso, leggendo i giornali, vedrete che essa
si è occupata dell’ordinamento dello Stato, sul sistema delle elezioni di
deputati e senatori, sui compiti attribuiti alle due Camere, sull’elezione del
Presidente della Repubblica, sulle funzioni pubbliche attribuite a comuni,
provincie, Regioni e Stato, eccetera, quindi
la commissione è intervenuta sulla seconda parte della Costituzione e
non sulla prima che enunciava i principi fondamentali del nostro vivere civile. Sarebbe
opportuno, senza che io li ripeta qui di seguito, che i miei giovani
lettori leggessero i primi articoli
della costituzione in modo da poter percepire e comprendere, la portata pratica
dell’affermazione dei valori della libertà, dell’eguaglianza e della
democrazia. Il catalogo delle libertà che la Costituzione enuncia, comprende,
insieme con i classici diritti civili e politici, un complesso di diritti
economici e sociali i quali concorrono a qualificare la forma di Stato, oltre che
come forma di stato di diritto, anche come stato sociale. Queste
enunciazioni sviluppano, in particolare, i due princìpi, certamente
“supremi” che troviamo scritti negli
articoli 2 e 3, che fondano la
libertà umana e l’esigenza di promuovere in ogni modo possibile l’eliminazione delle discriminazioni - sia
di diritto che di fatto - che ostacolano la realizzazione dell’eguaglianza dei
cittadini. Adesso,
care sandonaute e sandonauti, occorrerebbe stabilire come la Costituzione
italiana sia nata e perché. Ed allora bisogna riandare a quel meraviglioso
fenomeno popolare che è stata la Resistenza.
Per dare
un significato politico, per stabilire un collegamento tra Resistenza e
Costituzione, penso che sia necessario iniziare ricordando il discorso di Piero
Calamandrei ai giovani milanesi tenuto nel 1955 che si concluse con la forte
immagine secondo la quale la Costituzione veniva presentata come un
“testamento”: il testamento dei caduti della Resistenza. Calamandrei
con il suo mirabile discorso voleva tenere viva l’attenzione dei giovani sui
valori che la Costituzione aveva codificato e che le vicende politiche
successive rischiavano in qualche modo di appannare. A più di
cinquant’anni di distanza mi sembra necessario accentuare non tanto il fatto
militare, quanto il forte spessore politico che danno valore alla Resistenza e
alla guerra di liberazione. Se ci
volessimo limitare a ricordare la Resistenza come un solo fatto militare
saremmo oggi ridotti a celebrarla come vecchi compagni d’armi che si ritrovano,
consumano assieme il rancio, ascoltano qualche ricordo, si salutano augurandosi
di ritrovarsi l’anno successivo. Se la guerra
di liberazione e la lotta partigiana consistessero soltanto in un evento di
carattere militare, terminata la guerra, il 25 aprile 1945, si sarebbe potuto
dire missione compiuta, non ne parliamo più. Invece bisogna parlarne, perché la
lotta di liberazione del nostro paese non è stata soltanto un fatto di
carattere militare, è stata un fatto politico, nel senso nobile della parola, e
non partitico: cioè nell’interesse della collettività, del bene collettivo.
Infatti nei territori occupati dai nazisti, diciamocelo francamente, l’unica
vera forma di rappresentanza dell’Italia era data dai partigiani e da coloro
che combattevano per la Libertà. L’esercito
non esisteva più, si era liquefatto come neve al sole, il paese era in mano ai
nazisti oppressori e chi veramente rappresentava il paese erano i partigiani, i
comitati di liberazione nazionale tant’è vero che furono costituite delle
repubbliche partigiane Carnia, Montefiorino, Val d’Ossola, dove i loro governi
provvisori emanarono addirittura delle leggi. Durante
quei governi ci fu una distinzione tra giurisdizione civile e quella penale; ci
fu una distinzione tra reati comuni e reati politici; ci fu una polizia alle
dirette dipendenze della magistratura: tutte cose che hanno servito a quello
che si doveva costruire nel nostro paese. E' da ricordare che la costruzione
politica derivante dalla Resistenza è stata difficilissima fin dal tempo della
Resistenza stessa, perché i partigiani non avevano alle spalle quello che
avevano gli altri resistenti e combattenti in Europa. I grandi avvenimenti,
come la rivoluzione russa, hanno avuto dei precedenti di carattere culturale e
filosofico. Per la rivoluzione francese abbiamo avuto tutto il periodo
dell’illuminismo, per la rivoluzione russa abbiamo avuto tutto il marxismo, le
sue implicazioni, le culture diverse intorno al marxismo, le discussioni. In
Italia dietro le spalle non c’era nulla. Ci fu chi
battezzò la Resistenza come il nostro Secondo Risorgimento. Non sono d’accordo
con quel grande storico che fu Luigi Salvatorelli. Anzitutto perché al
Risorgimento partecipò, anzi lo portò alla vittoria la monarchia sabauda che
non parteciperà alla Resistenza. Il Re che aveva già tradito lo statuto
albertino, che non seppe ripudiare il fascismo, che non si tirò indietro né
davanti alle leggi razziali ne alla dichiarazione di guerra, di fronte al
movimento di Resistenza rimase freddo ed assente ed i motivi li conosciamo sin
troppo bene. Pensava di rifarsi una verginità e di far dimenticare le sue
malefatte avallando la dichiarazione di
guerra alla Germania nazista presentatagli da Badoglio nell’ottobre del 1943. La
differenza tra Risorgimento e Resistenza è notevole: i due movimenti sono
paragonabili su un solo piano, quello di liberare l’Italia dall’occupazione
straniera. Per il resto, idee, contenuti, esercito, lotte, partecipazione, ecc.
sono diversissimi. Il
Risorgimento discende direttamente dalle idee della rivoluzione francese e
dalle guerre napoleoniche che fanno balenare nelle menti più aperte degli
italiani la possibilità e la necessità di riunire dopo tanti secoli l’Italia in
un solo Stato. Quelli che sentono questa necessità e si prodigano per
propagandarla costituiscono un'élite minoritaria rispetto al resto della popolazione.
Si tratta di nobili, intellettuali, professionisti e studenti. La classe
operaia e quella contadina non sentono e da quei problemi non vengono
affascinate. Anzi, per quel poco che sanno, li odiano. Per loro l’unità
d’Italia significa guerra, carneficine, lutti e miserie di cui loro, contadini
ed operai sono costretti a portarne il peso. Infatti essi costituiscono la
cosiddetta carne da cannone, quella che deve sacrificarsi sui campi di
battaglia. Da ciò deriva il loro odio per i Bandi di mobilitazione generale, le
cartoline precetto di richiamo alle armi ed in una parola di tutto ciò che ha
attinenza con la guerra. La
Resistenza è una cosa diversa: non esistono né Bandi di mobilitazione, né
cartoline precetto. Si va in montagna liberamente, spinti da ideali
diversissimi, quando addirittura non saranno i Bandi della repubblica di Salò a
costringere i giovani ad una scelta decisiva. Ci si
ritrova in montagna giovani e vecchi, operai e contadini, uomini e donne,
comunisti, socialisti, GL, monarchici e persino i cattolici che durante il
Risorgimento erano stati col cuore dalla parte del Papato. Per la prima volta
nella storia d’Italia contadini ed operai partecipano attivamente alla
costruzione del loro futuro e non lo subiscono. Troviamo formazioni partigiane
costituite quasi completamente da contadini, come nel cuneese, oppure da operai
dei cantieri navali nella Venezia Giulia. Le donne s’impegnano in tutte le forme
possibili: reperimento di viveri in pianura per portarli con le gerle in
montagna, cucendo indumenti per il parente o l’amico partigiano, facendo la
staffetta da una formazione all’altra, portando ordini e notizie sia dalla
pianura che dalla città. Come sarebbe stata possibile altrimenti una Resistenza
senza l’aiuto delle donne? La
Resistenza fu infatti, come la definì Salvemini, una guerra di popolo, né più,
né meno di quello che aveva dichiarato Parri ai primi di novembre del 1943,
quando con Valiani attraversò il confine svizzero per incontrarsi con i
delegati angloamericani i quali dal movimento partigiano si aspettavano solo
sabotaggi ed informazioni e rimasero strabiliati quando egli affermò
ripetutamente che puntava su una guerra del popolo italiano, condotta da una
esercito del popolo: i partigiani. A quel tempo i partigiani che erano saliti
in montagna ammontavano si e no a qualche migliaio. Alcuni
fatti mi sembrano importanti da chiarire in quanto di solito vengono
dimenticati o sottovalutati. Man mano che la lotta partigiana aumentava
d’intensità nei territori occupati dai tedeschi essa si conquistò l’ammirazione
ed il rispetto dei comandi alleati, specie dopo l’insurrezione di Firenze che
pose fine alla lotta sanguinosissima combattuta in Toscana. Nello stesso mese
di agosto del 1944 la brigata Rosselli, comandata da Nuto Revelli, impedì per
alcuni giorni nella battaglia della Val Stura alla 90° divisione corazzata
tedesca di accorrere da Acqui, dove si trovava, a Tolone, valicando il passo
della Maddalena, per bloccare lo sbarco angloamericano avvenuto tra Nizza e
Marsiglia. Nello stesso tempo i garibaldini di Arrigo Boldrini con i mazziniani
di Biasini e Libero Gualtieri combattevano contro i tedeschi sulla linea
gotica. La guerra
di liberazione nazionale fu senza alcun dubbio una lotta armata contro
l’invasore nazista e contro il fascismo nostrano messosi al suo servizio, ma fu
anche una lotta politica che cominciò al Sud nel territorio già liberato dagli
angloamericani i quali tardavano a ripristinare le libertà democratiche. In ciò
vi era senza alcun dubbio l’interesse di Churchill che voleva difendere la
monarchia sabauda e che la riteneva un possibile futuro baluardo contro una
eventuale minaccia comunista. Il
congresso del partito d’azione tenutosi a Bari nel gennaio del 1944, che si
espresse in modi durissimi all’unanimità contro la monarchia sabauda aveva
profondamente turbato Churchill che neanche l’arrivo di Togliatti dalla Russia
nel successivo marzo e la conseguente “svolta di Salerno” riuscirà a
tranquillizzare. Il fatto
politico più importante fu senza dubbio la creazione dei CLN, i Comitati di
Liberazione Nazionale, che consentirono di dare alla Resistenza italiana un
unico indirizzo politico, un unico comando generale della lotta partigiana e
s’imposero, con loro unitarietà, sia di fronte alle forze partigiane che li
riconobbero come loro emanazione, ma anche rispetto alle autorità militari
angloamericane. I CLN che
discendevano a grappolo dal centro, Milano, sino al più sperduto paese dove si
lottava per la libertà, vennero riconosciuti dagli alleati, ma l’azione
politica più importante si svolse a Roma. Qualche
giorno prima della liberazione di Roma, il CLN centrale chiese in forma
ultimativa le dimissioni del generale Badoglio da presidente del consiglio, di
dare pieni poteri legislativi al governo che si sarebbe formato, di esentare i
ministri dal giuramento di fedeltà al Re e di farli giurare invece
nell’interesse supremo della nazione e stabilire con un decreto legge che al
termine della guerra il popolo italiano avrebbe potuto scegliere la forma
statuale che più gli aggradava:
monarchia o repubblica. Liberata
Roma, Badoglio fu costretto a dimettersi ed il suo successore, Bonomi, ex
presidente del CLN romano, si fece dare pieni poteri legislativi e sulla base
degli stessi emanò il 25 giugno 1944 il decreto che stabiliva sia l’elezione di
una Assemblea Costituente che la scelta istituzionale, a guerra conclusa, tra
Monarchia e Repubblica. Calamandrei commentò:” siamo usciti dalla legalità
statutaria e siamo entrati nella legalità precostituente.” A fine
estate, sbalordito dell’opera delle brigate partigiane e dei CLN, il toscano in
particolare e dell’importanza assunta dal movimento partigiano che era riuscito
a creare tre zone libere ed aveva bloccato una intera divisione corazzata che
si stava precipitando a dare manforte alle guarnigioni tedesche che tentavano
di impedire lo sbarco, il Comando delle truppe alleate, chiese un incontro con
il CLN alta Italia (CLNAI). La delegazione del CLNAI (formata da Parri, Pizzoni, Paietta e Sogno) che si recò a Roma già da mesi liberata, ebbe dagli
incaricati del generale Wilson e del Maresciallo Alexander il riconoscimento
del diritto di condurre la lotta partigiana, che costituiva un invito alle
popolazioni di sostenere il movimento partigiano e fu anche firmato un
protocollo di accordo col quale le autorità militari alleate s’impegnavano ad
avallare le nomine dei responsabili amministrativi (Prefetti, sindaci,
questori, provveditori agli studi,ecc.) effettuate dai CLN. Il
successo della missione romana degli esponenti della Resistenza nel Nord,
ancora occupato dai nazisti fu completato dalla promessa Alleata di
intensificare i lanci paracadutati di armi ed aiuti di vario genere alle
formazioni partigiane. Il tutto
venne raccolto in un protocollo firmato da entrambe le parti. L’importanza
politica di questo protocollo è notevolissima: eccetto che nel caso della
Jugoslavia, gli alleati avevano sempre trattato con i governi in esilio delle
varie nazioni occupate dai tedeschi. In questo caso invece trattavano e
firmavano documenti direttamente col movimento partigiano operante nella zona
occupata dai nazisti ed ebbe sentore di quelli che erano i motivi ed i
programmi del movimento partigiano. Udirono
Parri dichiarare senza mezzi termini che si combatteva per costituire una
repubblica democratica che bandisse in quella che sarebbe stata la sua nuova
carta costituzionale ogni tipo di guerra di aggressione, che non ci sarebbero
più state in Italia discriminazioni dovute a razza, fede religiosa od altro,
che l’eguaglianza dei cittadini di fronte alle leggi dello stato non avrebbe
avuto limitazioni, eccetera; tutte cose che noi poi troveremo scritte tra i
principi della nostra costituzione. Altro
aspetto politico importante della Resistenza italiana fu l’organizzazione degli
scioperi dei primi di marzo 1944 che bloccarono l’attività di moltissime
fabbriche e di intere città. A Milano si fermarono i tram, lo sciopero bloccò
anche Il Corriere della Sera. Non era possibile per i nazifascisti nascondere
la gravità che da tali scioperi emergeva. Inoltre fu attraverso l’attività dei
propagandisti politici nelle fabbriche, negli uffici e dappertutto che in molti
cittadini, sino a quel momento disinteressati, si manifestò il desiderio e la
necessità di seguire attentamente le vicissitudini della politica. Le fucilazioni
e le deportazioni di scioperanti, operate dai nazisti, i manifesti affissi
nelle strade che annunciavano condanne a morte ottennero solo lo scopo di fare
odiare ancor di più dalle popolazioni fascisti e nazisti. Un altro
aspetto che non bisogna dimenticare è l’apporto di idee e programmi che la
Resistenza ha elaborato e consegnato ai futuri reggitori della politica
nazionale. E da quelle idee e da quei programmi che sono usciti i valori, i
principi che sono alla base delle nostra Costituzione che il 22 dicembre
compirà cinquant’anni. Ricordiamocelo.
San Donato Milanese, 20 novembre 1997
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